San Filippo Smaldone

 

I primi anni
Filippo Smaldone nacque a Napoli il 2 luglio 1848 da Antonio e Maria Concetta De Luca. Primogenito di sette figli, visse una infanzia serena in una famiglia cristianamente impegnata. Ma il periodo storico, entro il quale Filippo attese alla sua formazione, fu particolarmente travagliato per la Stato e la Chiesa.
Sin dalla più tenera età e anche da giovane e poi da Sacerdote, Filippo respirò a pieni polmoni l’atmosfera delle “Cappelle Serotine, aperte da Sant’Alfonso Maria Dé Liguori e dove egli apprese a condividere la povertà, la miseria e l’emarginazione dei ragazzi del popolo e, nello stesso tempo il suo cuore, buono e generoso, si apriva alla fede, alla preghiera, alla donazione agli altri.
Si radicò profondamente in lui l’amore all’Eucarestia e la devozione alla Madonna.

Filippo entra in Seminario
All’ombra della Chiesa di Santa Maria della Purità, sentì nascere la vocazione al Sacerdozio.
Dal 1863-1868, da chierico esterno, frequentò il Seminario e continuò a vivere in famiglia, dedicandosi al Ministero della Catechesi e delle Opere di Carità dei più poveri ed infelici.
Il suo Apostolato abbracciò anche la visita ai detenuti, agli infermi e ai sordomuti di Napoli e dintorni. Ma verso questi ultimi si sentì particolarmente attratto: erano “gli infedeli”, i più poveri ed abbandonati dalla società.
Dopo tanti ostacoli, consacrato Sacerdote il 23 settembre 1871, iniziò il difficile lavoro tra i poveri di ogni settore. Pur avvertendo la viva chiamata alla missione in Cina, ostacolato dal padre e in obbedienza al suo dotto e santo direttore spirituale, don Biagio Giustiniani, si dedicò all’opera missionaria dei sordomuti in Italia.
Il 29 gennaio 1876 lasciò la casa paterna e si trasferì nella Pia Casa dei Sordomuti in Napoli, aperta da don Lorenzo Apicella.
Gradualmente egli “divenne esperto nel settore e anche uomo stimatissimo di Dio”. Nel 1880 fu inviato, quale esperto, al Congresso Internazionale dei Maestri dei Sordomuti a Milano.

Filippo ordinato sacerdote
Con don Lorenzo Apicella attese all’assistenza dei sordomuti nella provincia partenopea. Nel 1882 fu nominato direttore Spirituale dell’ Istituto maschile e femminile a Molfetta. Ma la sua preparazione pedagogico-culturale, l’esperienza e, soprattutto la luce, che lo illuminava e il fuoco che ardeva nel suo cuore, gli fece intuire il bisogno di sostenere i sordi con una presenza di persone qualificate, amabili e pazienti, testimoni autentiche per una missione tra i sordomuti del Meridione.
Una illuminazione interiore lo spinse a fondare una istituzione specifica per l’educazione dei bimbi privi dell’udito in Lecce il 25 marzo 1885.

La fondazione della Congregazione
Tre giovanette furono i primi germogli della Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, fondate dal giovane sacerdote napoletano, Filippo Smaldone, e poste sotto la protezione di San Francesco di Sales.
L’opera, benedetta dal vescovo Mons. Salvatore Luigi Zola, pur tra tante vicissitudini, lotte e persecuzioni, andò estendendosi in tutto il Meridione, mentre il numero delle Suore Salesiane aumentava ed esse si resero presenti nelle scuole, negli ospedali, delle parrocchie, nei laboratori.
Ovunque la loro testimonianza evangelica della Carità fecondava l’albero della Congregazione, fiorito nella Chiesa di Dio.
Don Filippo pur sopportando ogni genere di lotte e di contraddizioni, fu amato e stimato da quanti conobbero il suo zelo ardente di apostolo santo e tutto impegnato a salvare i suoi sordomuti attraverso la luce dell’istruzione ed educazione morale, civile e religiosa. Nella sua vita fece sempre e ovunque scattare “la molla dell’amore”. Suo motto era: “Non si può educare, se non si ama”, poiché è l’amore, con cui si insegna, il fondamento di ogni relazione educativa.
Don Filippo, rivestito della Spirito del Divino maestro, attinse pienamente alle sorgenti della Sua Carità. Alle sue figlie lasciò in eredità due Cuori e la sua Opera, i sordomuti.
Dal cuore di Cristo e da quello di sua Madre le Salesiane dovevano apprendere e praticare: la bontà, la dolcezza, la serenità, la gioia, l’equilibrio, la fortezza e l’amore. Quest’ultimo doveva basarsi sul rispetto, la giustizia, la liberazione e la crescita dell’altro. L’amore preferenziale di Gesù per i poveri ed emarginati dalla società fu la stessa missione del Santo Filippo, il quale, sciogliendo il nodo della lingua, “Effatà-Apriti”, seppe restituire ai sordi la capacità di ascoltare, di parlare, di conoscere, di amare.

Filippo muore
La vita del fu una storia di amore intenso per Dio e di servizio ai più piccoli, intessuta di grandi sacrifici di stanchezza, di lotte; ma densa di misericordia di umiltà, di generosità e nascondimento. Fu uomo di Dio e uomo per gli altri, servo della Chiesa, animatore missionario tra il Clero diocesano leccese ardente apostolo e primo adoratore del Culto Eucaristico con la Istituzione delle Dame Adoratrici dell’Eucarestia oltre che guida spirituale dei seminaristi, dei Sacerdoti e claustrali. Trascorse gli ultimi anni tra grandi sofferenze fisiche accettate serenamente sempre e in tutto conformato alla Volontà di Dio.
Dopo la sua morte, avvenuta in Lecce la sera del 4 giugno 1923, la fama della sua santità raggiunse persone e città diffondendo il profumo delle sue eroiche virtù. Il numero di grazie e prodigi, operati per sua intercessione, portarono al grande evento della Beatificazione del 12 maggio 1997 e poi alla Canonizzazione del 15 ottobre 2006, a seguito un altro miracolo per il quale le sue figlie e quanti amano il novello, si impegnano con la preghiera e il sacrificio.
Presso la meravigliosa ed artistica urna, che racchiude il corpo del Filippo Smaldone della Cappella di Casa Madre in Lecce ogni giorno si alternano folle di devoti per venerarlo e pregarlo.
“Questo generoso sacerdote, perla del Clero meridionale, Fondatore delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, impegnate in modo prioritario nell’educazione dei sordomuti, viene oggi proposto alla venerazione della Chiesa universale, affinché tutti i fedeli seguendone l’esempio sappiano testimoniare il Vangelo della Carità nel nostro tempo, in particolare, mediante la sollecitudine verso i più bisognosi” (Giovanni Paolo II).